Discorso d’odio

Chi ha paura di Liliana Segre?

Hate speech e libertà d’espressione

Come molti ormai sapranno, durante il brutto Ottobre appena trascorso, l’hate speech è giunto al Senato della Repubblica Italiana, e quindi al parossismo di uno dei massimi utilizzatori di questo orrendo strumento di comunicazione che si paragona pubblicamente ad una sopravvisuta della Shoah in quanto “vittima di odio e di minacce”.

Evitiamo, per una volta, di ribadire qui quanto, ormai da diverso tempo, scriviamo sul rapporto strettissimo che c’è tra comunicazione online e uso dell’hate speech come strumento di marketing politico. Se non sapete come la pensiamo in merito, potete leggere o rileggere i nostri articoli sull’acquisizione del consenso e sulla vicenda SeaWatch: rimangono tuttora validi.

Abbiamo però trovato interessante approfondire alcune opinioni negative sulla Commissione parlamentare contro l’hate speech istituita il 30 Ottobre 2019 su iniziativa della Senatrice Liliana Segre, in particolare riguardo la “libertà d’espressione” che questa Commissione potrebbe limitare, per alcuni minacciare.

Premessa: la cosiddetta Commissione Segre, a quanto abbiamo fin qui avuto modo di vedere dagli atti legislativi di istituzione, non prevede tra i suoi scopi limitazioni alla libertà d’espressione, ma attività di studio, ricerca e elaborazione di strategie di contrasto all’hate speech.

Il processo alle intenzioni che abbiamo notato subito dopo (la censura! lo Stato ci dice cosa possiamo o non possiamo dire! metteranno il patriottismo fuorilegge!) denota o malafede, o scarsa cognizione del problema.

Lo Stato Italiano regola già, sotto diversi aspetti, cosa si può o non può comunicare in pubblico. Non ci sembra che la Commissione abbia introdotto novità in merito.
Magari le introdurrà domani: tuttavia i fatti a oggi dicono che nessuna azione è stata intrapresa per modificare le leggi sulla libertà d’espressione attualmente in vigore. Dunque perché tanto chiasso?

Ci sembra il caso di chiarire un paio di punti, visto che il dibattito pubblico sull’argomento è sempre più inquinato (a volte consapevolmente e volontariamente).

1. L’hate speech non è un’opinione.

Avere un’opinione negativa, anche forte, anche comunicata in maniera volgare, oltre a non essere reato, non si configura di per sé come discorso d’odio. Offendere una persona perché parte di una minoranza (etnica, religiosa, di orientamento sessuale o di altro tipo) sì, è hate speech.

Supponiamo ad esempio io abbia in particolare antipatia il politico X, per le soluzioni politiche che propone, per l’atteggiamento con cui si pone nella sua comunicazione pubblica, o foss’anche perché mi dà particolarmente fastidio la sua faccia.
Sotto un suo post su Twitter in cui sciorina le sue “ricette” che ritengo inadeguate e demagogiche, io potrei rispondere: “ma che cazzo dici? ma sei coglione o fai apposta?“.
Starei sicuramente usando un epiteto volgare e poco consono ad un dialogo, ma non starei facendo hate speech.
Supponiamo ora che il politico X presenti tratti somatici tipici dell’area subsahariana.
Caso 1) Gli rispondo: “ma che cazzo dici? ma sei coglione o fai apposta?” Ebbene, questo continua a non essere hate speech. Sto attaccando il personaggio pubblico e le sue opinioni, che trovo errate. Lo sto attaccando in maniera volgare, ma senza odio.

Caso 2) Gli rispondo: “ma che cazzo dici, n**** di merda? ma sei coglione o fai apposta? perché non torni nel tuo paese?“.
Nel secondo caso, io non sto attaccando solo il politico e le sue opinioni, ma l’uomo e i suoi tratti somatici, abusando di stereotipi e pregiudizi legati al pigmento della sua pelle senza riguardo per la sua persona, per i suoi diritti, per la sua storia. QUESTO E’ HATE SPEECH.

Ciò premesso, appare evidente come l’hate speech contro un individuo maschio, dell’Italia settentrionale, eterosessuale e di mezza età, oltretutto privo di evidenti difetti fisici, si configuri come qualcosa di molto, molto improbabile.
Ci spingiamo più in là: c’è un buon 99% di possibilità che l’individuo summenzionato (maschio, dell’Italia settentrionale, eterosessuale e di mezza età, privo di evidenti difetti fisici) non sia mai stato vittima di hate speech in vita sua.

Curioso come spesso siano proprio individui di questo tipo (maschi, dell’Italia settentrionale, eterosessuali e di mezza età, privi di evidenti difetti fisici) a fare le Cassandre dei pericoli per la libertà d’espressione.

E veniamo al secondo punto.

2. La nostra “libertà d’espressione” non comprende il diritto di far ricorso all’hate speech.

Intendiamoci: la libertà d’espressione è cosa sacrosanta. Rappresenta un diritto umano inalienabili e indica, tra le altre cose, il grado di maturità e di vitalità di una democrazia.
Tuttavia, le leggi della Repubblica Italiana, come quelle di quasi tutti gli Stati Europei, prevedono già, nei fatti, dei limiti a cosa è possibile comunicare e come, senza incappare in sanzioni civili o penali.
Se fai il giornalista, ad esempio, non puoi scrivere impunemente “Tizio è un assassino“, se questa espressione non corrisponde a verità: stai creando, volontariamente o meno, un danno a Tizio, e quindi verrai punito.
Non solo: la cosiddetta “Legge Mancino”, del 1995, già sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.
E sanziona questi comportamenti per lo stesso identico motivo per cui punisce un giornalista che scrive il falso: creano danni a terzi, ad altri membri della comunità.

Quando si tratta di hate speech, però, e in particolar modo di hate speech online, queste leggi vengono spesso ignorate, quando non impugnate nel nome della libertà d’espressione.
Le notizie false con chiaro intento discriminatorio, anche se pubblicate da politici e diffuse a milioni di persone, non vengono sanzionate dalla magistratura. Gli epiteti razziali, omofobi, sessisti ecc. nella maggioranza dei casi non vengono denunciati, e quindi rimangono impuniti.
Il caso di Laura Boldrini non è tuttavia isolato: la magistratura ha già gli strumenti per punire il discorso d’odio, quando viene denunciato.

Aumentare la consapevolezza dei cittadini riguardo le proprie responsabilità nell’uso degli strumenti di comunicazione (online e non) sembrerebbe dunque essere la strada da percorrere, ma è curiosamente la meno battuta.

A livello politico, si preferisce spesso colpevolizzare le piattaforme social (Facebook e Twitter su tutte) che offrono spazi per la comunicazione, anziché chiamare gli utenti alle proprie responsabilità di fronte agli altri utenti, e dunque di fronte alla legge.

Perché? Beh, secondo noi perché quegli utenti votano.

3. Le voci di chi usa l’hate speech invadono il dibattito, quelle delle vittime vengono ignorate.

Crediamo che confondere “libertà d’espressione” e contrasto al discorso d’odio, quando non è fatto in modo pretestuoso per creare false dicotomie (perché bisogna difendere Liliana Segre e non me?), sia il sintomo che il concetto di hate speech non è stato ben comunicato.
Grossa parte del problema è rappresentato dal fatto che alle vittime si nega la voce.
In altre parole: se determinati epiteti siano o no razzisti, sessisti, omofobi o quant’altro vogliono deciderlo, in perfetta solitudine, i soliti maschi bianchi di mezz’età. Per inciso, una buona fetta di quelli che di questi epiteti (sul web e fuori) fanno regolare uso.

A questo proposito, chiudiamo consigliando la lettura di questo articolo di Oiza Queenday Obasuyi, giovane e acuta penna che seguiamo insieme a molte altre voci di Italiani senza cittadinanza che nel dibattito pubblico, impegnato a inseguire paragoni vomitevoli tra vittime dell’olocausto e politici, non trovano il posto che meriterebbero.

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Terza Newsletter VIP

Carissimi,
il nostro Progetto Europeo VIP – Violence Important Problem è giunto alla sua conclusione.

Prima di archiviarlo come un’esperienza che ci ha arricchito tantissimo sotto il profilo professionale e umano, condividiamo con voi la terza Newsletter di progetto.


Qui trovate le edizioni precedenti:

Newsletter 1 – Giugno 2018
Newsletter 2 – Dicembre 2018

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Il Capitano e la Capitana

Assistiamo sconvolti, in questi giorni, agli avvenimenti di Lampedusa e, soprattutto, all’enorme copertura mediatica di essi.
Sui giornali, in televisione, e inevitabilmente sui social, non si parla e non si scrive d’altro. La narrativa attualmente accettata da tutte le parti coinvolte è ormai quella del Capitano contro la Capitana.

Prima di essere accusati di “equidistanza” o di “cerchiobottismo”, lo diciamo subito chiaramente: secondo noi c’è una parte di Paese che (in buona fede) sulla vicenda della SeaWatch3 è caduta in una “trappola” accuratamente preparata.
Preparata dai soliti che contro l’immigrazione e sui migranti da anni sbraitano, s’indignano e urlano senza dati che supportino le loro tesi complottiste e catastrofiste, né proporre soluzioni alle criticità, che pure esistono. E lo fanno in malafede.

Tre premesse

1. Sulla vicenda della SeaWatch3 sta emergendo con evidenza un meccanismo perverso di polarizzazione delle posizioni politiche pro o contro il Ministro dell’Interno attualmente in carica. Non si discute delle cause e delle conseguenze di quanto accaduto a Lampedusa, soltanto di quanto sia bello e bravo o brutto e cattivo il signore in questione.

2. Al Capitano viene contrapposta la Capitana, idealizzata da una parte di pubblico e demonizzata dall’altra. Giocando sulle emozioni dovute ad un evento di attualità, politici, commentatori e giornalisti stanno volontariamente esacerbando la discussione. I politici, per acquistare consenso da un lato o dall’altro della “barricata”. I giornalisti, per aumentare i click sugli articoli, le condivisioni sui social, la vendita di copie.

3. Essere contro la polarizzazione del discorso politico non equivale a non voler prendere posizione. Questo meccanismo perverso favorisce chi l’ha messo in piedi e lo nutre: il partito politico attualmente al Governo. Noi per primi siamo dalla parte di Carola Rackete e del rispetto dei diritti umani senza se e senza ma. Il problema che ci poniamo è come sostenere quell’atto di responsabilità e umanità, e ciò che rappresenta, senza cadere nella trappola della polarizzazione.


Estremizzazione degli argomenti, polarizzazione del consenso

L’uso dell’hate speech come strumento di acquisizione di consenso sta toccando, in questi giorni, vette che non pensavamo possibili.
Il casus belli lo conosciamo tutti: la SeaWatch3. Abbiamo cercato (qui) di evidenziare le tecniche con cui l’estrema destra Italiana stava inquinando ad arte il discorso pubblico sulla nave carica di naufraghi fermata al largo delle coste di Lampedusa per quasi due settimane.
Il continuo uso di retorica violenta, nazionalista, sessista e razzista da parte del Ministro dell’Interno e dei suoi epigoni e seguaci ha sortito due effetti principali:

1. Aggregazione e mobilitazione dei sostenitori dell’odio di stato, sui social come nel mondo reale. I migranti a bordo della SeaWatch3, l’ONG che li ha salvati e la Capitana della nave sono stati fatto oggetto di insulti e diffamazione, aperti e velati, da far accapponare la pelle.
Contro la Capitana, in particolare, rea di aver “sfidato” il Ministro dell’Interno, è stato detto, scritto e fatto di tutto.
Carola Rackete presentava, del resto, tutte le caratteristiche per diventare un perfetto bersaglio del discorso d’odio:
– è giovane;
– è donna;
– è straniera;
– è solidale con i migranti;
– si è presa le proprie responsabilità.
Avendo una base sociale formata, in larghissima parte, di anziani irresponsabili e menefreghisti, è stato molto facile per il Ministro dell’Interno sfruttare la cassa di risonanza (eco-chamber) costituita dai social media e dalle continue comparsate in TV per attirare nuovi sostenitori dell’odio di Stato.
I risultati sono stati vomitevoli:

Credits: Fanpage.it

2. La mobilitazione e aggregazione della parte avversa alle politiche sull’immigrazione portate avanti dal Ministero dell’Interno Italiano, disumane e insensate, e di quella avversa soltanto politicamente ai Partiti attualmente al Governo, intorno alla figura della Capitana Carola Rackete.
A far da contraltare alla sguaiata torma che augurava alla Capitana l’arresto, lo stupro, la morte è sorto, in parte spontaneamente e in parte alimentata da giornalisti pronti a sfruttare l’emotività del momento, una contronarrativa che dipinge Carola Rackete come una santa, un’eroina: paragonata a Gesù Cristo, a Martin Luther King, a Rosa Parks.

Come sempre, quando a essere preso nel circo mediatico è un individuo di sesso femminile, si dispiega l’eterno stereotipo della donna o santa o puttana. Ma non è questo il punto.
Il pericolo insito in questo livello di idealizzazione ci sembra palese: contrapporre un Capitano ad un altro, giocando con gli stessi luoghi comuni (l’infallibilità, l’integrità morale, ecc.) pone lo scontro su un piano di parità, lo legittima.
Polarizza il discorso pubblico e lo distoglie dal merito, dai fatti.
Dalle tante, tantissime mancanze di un Ministro che altro mestiere non conosce che quello di rastrellare consensi come può e dove può. Perché non è andato a Bruxelles a ridiscutere il Regolamento di Dublino, ad esempio? Nessuno glielo chiede.
Dal merito principale di una Capitana di nave che non ha fatto altro che il proprio dovere, con senso di responsabilità e sensibilità.
Attribuirle doti “metafisiche” idealizzandone il comportamento ci sembra il modo migliore di autorizzare la narrativa della contrapposizione e dell’odio: l’assunzione di responsabilità e l’attenzione ai diritti umani va additata come esempio, ma non celebrata come qualcosa di eccezionale o di sovrumano.

Tanto più che una vicenda molto simile a questa accadde già nel 2004 con protagonisti Silvio Berlusconi e la nave Cap. Anamur, “colpevole” di aver forzato un blocco per stato di necessità di sbarcare i naufraghi salvati nel Mediterraneo.
Sappiamo come andò a finire: Capitano e Primo Ufficiale vennero arrestati subito dopo lo sbarco dei naufraghi e assolti cinque anni dopo.
Ci auguriamo che accada lo stesso, ma in tempi più brevi, anche alla Capitana Rackete, a nostro parere “colpevole” solo di essere giovane, donna, solidale, autorevole e responsabile.


Social media e polarizzazione politica: le fonti

Hong, S., & Kim, S.H., Political polarization on twitter: Implications for the use of social media in digital governments, Government Information Quarterly (2016)
A. Marwick, R. Lewis, Media Manipulation and Disinformation Online, Data&Society (2017)
F. Fukuyama, Identity. The demand for dignity and the politics of resentment, Farrar, Straus and Giroux (2018)
B. Saetta, Un business model tossico espone i media alla manipolazione. Un problema per la democrazia, Valigia Blu (2019)

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Hate speech e la SeaWatch3

Clickbait e influencer marketing: due messaggi d’odio a confronto


1. Il clickbait: “CLICCA QUI PER AMMAZZARLI TUTTI”

Mercoledì 26 Giugno 2019, mentre la Capitana Carola Rackete, dopo 14 giorni di attesa sul confine delle acque territoriali italiane, dirige la nave Seawatch3 con a bordo 42 naufraghi verso la costa di Lampedusa, una Deputata di un partito di Destra pubblica un tweet (che non linkiamo, perché portare traffico al discorso d’odio non è mai una buona idea).
Dice:

E ora affondiamo la #SeaWatch!

Allegato al tweet anche un video, in cui la signora, con aria agitata, spiega meglio il suo punto di vista (se proprio volete, leggetevelo qui).
Ovviamente nel video non invita ad affondare la nave con i migranti a bordo… anche se mentre lo pubblica i migranti sono ancora a bordo, quindi la tempistica risulta piuttosto sospetta.
Lo sappiamo: la signora in questione è poi andata in giro a dichiarare che “la sinistra sta spargendo in rete la bufala che vorrei affondare la nave con i migranti sopra. Sono talmente furbi che si sono limitati a leggere il titolo del post senza ascoltare quello che dico nel video”.
Pensiamo che la signora aveva già la dichiarazione pronta appena inviato il tweet… come tutti i clickbaiter.
Pubblicare un video titolando che bisogna “affondare la Seawatch3” è un invito al click che si basa sulla rabbia, sulla voglia di vendetta, di rivalsa delle proprie frustrazioni personali sulle 42 persone restate sotto il sole a largo di Lampedusa.
I distinguo, le varie spiegazioni e chiacchiere del video, arrivano dopo.
Intanto l’utente Twitter ha già cliccato sul messaggio d’odio.
Perché la signora (o meglio: i Social Media manager che le scrivono queste indecenze) non ha twittato: “come andrebbe gestito il caso della nave Seewatch3 una volta attraccata“?
Perché quel video non l’avrebbe guardato nessuno, ecco perché.
Si chiama “clickbait” e chi ha pubblicato quel tweet sa benissimo come funziona: non ci facciamo prendere per il culo, per cortesia.

Il tweet viene pubblicato, non a caso, quando la nave è ancora in movimento. Non è attraccata al porto, non è stata lasciata né dai migranti né dall’equipaggio.
Il collegamento è intuitivo, è immediato, disarma qualunque tentativo di spiegazione alternativa.
In un momento di altissima tensione, in cui la Seawatch3 è appena entrata nelle acque territoriali Italiane e si dirige a Lampedusa, questa signora non perde tempo e twitta “affondiamola!“.
“Affondare la Seawatch3” equivale, semanticamente, a un invito ad uccidere a sangue freddo l’equipaggio e i naufraghi a bordo.
Un messaggio dall’altissima intensità, dall’intento omicida e con un bersaglio ben preciso: i migranti.
Il primo modello [1] lo categorizza alla perfezione.


Analizzare il messaggio con il secondo modello [2], tuttavia, ci aiuta a rilevare due fattori non secondari, che caratterizzano questo invito ad “uccidere con un clic“.
Il primo è la assoluta mancanza di ironia. Ciò rende il messaggio ancora più aggressivo e dirompente: bisogna ucciderli.
In secondo luogo, l’uso dello stereotipo, in questo caso, è assente dal messaggio in quanto non funzionale. Al lettore interessato a questo tipo di messaggio d’odio viene lasciata “libertà di scegliere” perché uccidere i migranti.
Vuoi vederli morti perché ci vogliono sostituire?
Vuoi vederli morti perché vengono a rubare e stuprare?
Vuoi vederli morti perché vengono a fare la “pacchia”?
Vuoi vederli morti perché sono di pelle scura?
Va bene tutto, clicca qui.


La signora in questione non è interessata istituzionalmente dall’emergenza Seawatch3. Non ricopre incarichi di Governo, non ha voce in capitolo, può dunque permettersi clickbait quasi indolore. Non c’è un discorso politico, un’idea, una direzione di fondo a questo messaggio se non: odi i migranti? Anch’io, clicca qui!
Marketing politico basato sull’emozione del momento, vuoto di contenuti perché i contenuti non sono necessari: non avendo responsabilità di Governo, al personaggio in questione non è richiesto di agire.


2. L’influencer: “colpa dell’Europa cattiva e bacioni ai rosiconi”

Il 25 Giugno 2019, il Ministro dell’Interno Italiano, anziché affrontare la grave crisi della nave SeaWatch3 con i parigrado a livello Europeo, o stare in ufficio con i Funzionari del Ministero a studiare le carte e possibili soluzioni, dibatte pubblicamente della questione in qualità di ospite di un programma televisivo, per poi ovviamente scriverne su Twitter.
Anche qui, non vi linkeremo il tweet. Vi riportiamo però le parole testuali:

Non sono naufraghi, sono persone che pagano 3mila dollari.
Soldi che gli scafisti poi usano per comprare armi e droga. In italia non arrivano. Non mi faccio dettare leggi italiane da Ong tedesca su nave olandese.

Il signore in questione, lo sappiamo, si comporta sui media vecchi e nuovi più da influencer che da statista: mangia panini in ogni dove, fornisce la propria opinione su ogni cosa, compare fisicamente a farsi un selfie e quattro chiacchiere dove può e con chi può. Adotta anche uno stile di retorica “bacioni agli haters” che ricorda tanto Taylor Swift.
Il suo strumento di comunicazione dell’odio ci sembra proprio l’influencer marketing. Se non sapete cos’è, cercatelo su Google e fateci sapere se secondo voi calza al nostro Ministro dell’Interno.

In ogni caso, il tweet in questione a nostro giudizio esemplifica molto bene lo stile di trasmissione dei messaggi d’odio tipicamente adottato dal personaggio, e lo andremo perciò a catalogare secondo i due modelli.

Il modello [2] mostra bene, ci sembra, la relazione tra i bersagli, caratterizzati da livelli differenti di offesa e di stereotipazione, e l’azione, che è la stessa: respingere, allontanare.
La passivo-aggressività del messaggio emerge inoltre con la massima evidenza dall’uso della forma passiva (“non mi faccio dettare”) e impersonale (“in Italia non arrivano”) per determinare l’azione che si vuole compiere: respingere, appunto.

Il primo bersaglio: i migranti.

Il secondo modello [1] ci offre invece l’occasione di mettere meglio a fuoco i bersagli, e le modalità con cui vengono colpiti.
Il primo bersaglio è fin troppo facile da catalogare: i migranti, come sempre. I migranti di Schroendinger, che sono allo stesso tempo criminali clandestini pronti a sbarcare in Italia per rubare e stuprare, e ricchi lazzaroni che vengono in Italia a fare la bella vita a nostre spese.
Il focus sul migrante, con un livello relativamente basso di aggressività e di stereotipazione, è dovuto al fatto che in questo messaggio d’odio ci sono altri due bersagli.

Il secondo bersaglio: le ONG.

La criminalizzazione delle Organizzazioni Non Governative passa, allo stesso modo, da accostamenti e affermazioni basate su congetture e complotti: in questo caso, “armi e droga” abbinati al termine “scafisti”.
Si dà poi per scontato, che battere bandiera “olandese” ed essere “tedeschi” è già un grosso difetto: gli stranieri cattivi vogliono lucrare su noi povera gente, vogliono invaderci, e quant’altro.
I dati, come sempre, dicono tutt’altro (trovate qui un bell’articolo su The Vision sull’inesistente legame tra ONG e immigrazione), ma poco importa in un’ottica di colpevolizzazione. I dati sono per professoroni, noi ci basiamo sul “buonsenso”.

Il terzo bersaglio: l’Europa.

Il terzo livello è il più importante e di attualità rispetto agli altri due, che sono strumentali.
La procedura di infrazione da parte della Commissione Europea sta arrivando: è necessario prepararsi.

Si continua dunque con il leit-motif che ultimamente totalizza la narrazione online e offline degli spin doctor di questo signore: l’Europa cattiva.
La “bandiera Olandese” della nave “Tedesca” hanno semanticamente anche questo scopo: ricordare in maniera costante e didascalica, che il filo conduttore di tutto ciò che non funziona in Italia è l’Europa.
A scanso di equivoci: la revisione del trattato di Dublino, avvenuta nel 2016, contiene effettivamente alcune misure inique per i Paesi di prima accoglienza come il nostro, che andrebbero forse ridiscusse, e dall’altra parte anche molti Paesi “sovranisti” appartenenti al blocco di Visengrad non stanno rispettando gli accordi, rifiutando di accogliere le quote previste di migranti. Ma che il Ministro dell’Interno Italiano diserti tutte le riunioni istituzionali a Bruxelles sul tema delle migrazioni è un sintomo più che chiaro: non si vuole in alcun modo porre rimedio alle criticità, si vuole solo farci sopra del marketing politico.
Qui un ottimo articolo in merito da fonte molto più autorevole di noi (ASGI – Associazione per Studi Giuridici sull’Immigrazione).


Il messaggio d’odio che abbiamo preso qui ad esempio è soltanto uno tra le decine che questo signore pubblica quotidianamente. E per un politico di professione come costui, va da sé, qualsiasi forma di comunicazione non è e non può essere mai semplice boutade, mai opinione… ma strumento programmatico di marketing politico. Acquisizione di consenso.
Perché se costui volesse fare il suo lavoro (non il Segretario di un Partito, l’altro), cioè agire a livello di policy come il ruolo istituzionale attualmente gli consente, egli avrebbe tutti i dati e gli strumenti per discuterne nelle Sedi opportune ed elaborare delle soluzioni. Non mancano riferimenti tecnici e scientifici per analizzare le problematiche relative all’immigrazione, alla regolamentazione e al ruolo delle ONG e alle criticità nel funzionamento dell’Unione Europea.
I cambiamenti nella legislazione e le rinegoziazioni di trattati internazionali non possono essere effettuati sulla base del “sentimento popolare”. Non funziona così, e chi fa credere il contrario è o un truffatore o un irresponsabile.
In soldoni: le ondate migratorie non le gestisci abbandonando 42 esseri umani in balia del mare; il ruolo delle ONG non lo modifichi con un dibattito televisivo; i Regolamenti di Dublino non li ridisegni con un tweet.

Ma questo il Signor Ministro lo sa benissimo: i suoi spin doctor sono andati a scuola insieme a quelli di Trump.

A latere: la cosa più preoccupante in tutto questo è forse che nella narrazione sull’Europa cattiva, inseguendo le vicende di cronaca create ad arte per cercare visibilità e “attirare” elettori, si sta inserendo anche chi non dovrebbe (vero Emma?).
Cerchiamo di spiegare razionalmente da dove, secondo noi, bisognerebbe partire per dire qualcosa di sensato in merito: l’Unione Europea, per sua natura, è una struttura con tempi di reazione e di risposta alle crisi piuttosto lunghi. Uno di essi è il Regolamento di Dublino, che codifica la gestione dei rifugiati e dei richiedenti asilo a livello Europeo, in una prospettiva di medio termine.
Ora: se questo strumento non funziona, va ridiscusso. Se invece sono gli Stati ad averlo firmato senza poi rispettarlo, vanno puniti.

3. A CHI parlano costoro?

Lo scopo dei due messaggi è il medesimo: creare engagement nel pubblico per vendere un Partito politico.
Ci vediamo però anche delle differenze sostanziali.
I messaggi d’odio, le tecniche adottate e i bersagli scelti (abbiamo già provato a dimostrarlo qui) riflettono il pubblico di riferimento.
Le sue emozioni, le sue frustrazioni, e anche le sue specifiche demografiche.
Nel primo caso (clickbait) si prende di mira un segmento di popolazione già frustrato e arrabbiato, con tendenze razziste e xenofobe esacerbate dalla “violazione dei confini nazionali”. Si gioca sulle emozioni di rabbia condizionate dall’evento in corso, per portare momentaneamente il pubblico a condividere un messaggio di estrema violenza e aggressività, parzialmente smentito e attenuato poi dal video stesso, ma comunque comunicato.
Nel secondo caso, l’influencer offre un punto di vista passivo-aggressivo ad un segmento di popolazione totalmente digiuno di dati e di informazione su tre argomenti principali: le migrazioni, il funzionamento delle Organizzazioni Non Governative e l’Unione Europea.
Lo scopo del messaggio è creare engagement nella colpevolizzazione di questi tre bersagli. Soprattutto, aggiungeremmo, contro il “bersaglio grosso”, l’Europa, che a breve comunicherà la sua decisione sulla procedura d’infrazione contro l’Italia.
Questo messaggio, come le altre decine dello stesso tipo, che il Ministro dell’Interno pubblica quotidianamente, infarciti di opinioni non basate su dati reali e su stereotipi e schematizzazioni non dimostrate, aumentano gradualmente l’antipatia del segmento di pubblico verso i bersagli, e di conseguenza la simpatia nei confronti di chi li “fronteggia”, del Capitano che li combatte.
A questo proposito, un capitolo a parte lo merita sicuramente il discorso d’odio contro la Capitana Carola Rackete.
Lo tratteremo presto, stiamo raccogliendo materiale.


I due modelli di categorizzazione: le fonti

  1. L. Silva, M. Mondal, D. Correa, B. Benvenuto, I. Weber, “Analyzing the targets of hate in online social media” (2016)
  2. F. Poletto, M. Stranisci, M. Sanguinetti, V. Patti, C. Bosco, “Hate speech Annotation: Analysis of an Italian Twitter Corpus” (2017)

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Cosa vogliono venderti con i discorsi d’odio?

Facebook, lo sappiamo, in Italia è il veicolo principale su cui viaggiano tutti i tipi di messaggi politici retrogradi. I discorsi d’odio, certo, ma anche complottismi, notizie false, idiozie e oscenità le più disparate.
Tutte queste belle cose hanno un denominatore comune: sono specificatamente ed efficacemente targetizzate. Sono prodotte secondo una logica di marketing di tipo “pull” per sfruttare il sentiment, ovvero l’insieme di reazioni e emozioni ad un fatto o un argomento condivise sui social, di uno o più target group.
I discorsi d’odio, le fake news, le bufale complottare, non “vendono” valori o idee nuove: sfruttano quelle che ci sono già, di solito basate su stereotipi e pregiudizi, per confermare al loro “segmento di mercato” che ha ragione, che i dati non contano nulla ma valgono solo le sue percezioni individuali.
Lasciamo da parte i complotti, su cui da altre parti del web si sta scrivendo bene e con profondità (segnaliamo solo, en passant il blog di PaoloTuttoTroppo e le sue belle analisi). Andiamo a cercare di decostruire come opera e, soprattutto, cosa vuole vendere il discorso d’odio.

Un ottimo esempio

Abbiamo scelto questa vignetta condivisa su Facebook da una paginetta satirica antieuropea, per tre ragioni:

  1. Mescola con vomitevole disinvoltura discorsi d’odio, vittimismo e disinformazione.
  2. Risulta estremamente semplice e didascalica, tanto che qual è il suo target group di riferimento è anche imbarazzante doverlo scrivere.
  3. Il messaggio di fondo è palese.

Tutto questo, per quanto ci spiaccia guardarla, ci agevola nella decostruzione e dunque, in un certo senso, la nobilita.
Procediamo.

Il fatto reale e la sua percezione

Il discorso d’odio parte sempre, come detto, dalle percezioni che ha il target group scelto di fatti reali.
In questa vignetta, il fatto reale più eclatante ci sembra la crisi economica del 2008 e le sue conseguenze: il progressivo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e le nuove norme Europee sul pareggio di bilancio, che impediscono agli Stati membri di continuare a spendere a debito e scaricare i costi delle loro politiche sulle generazioni future. Si tratta di un fatto reale, tangibile, difficilmente discutibile: la sua interpretazione, tuttavia, richiederebbe dati, analisi, riflessioni. E invece…

I cambiamenti in atto

La percezione viene messa arbitrariamente, e con evidente fallacia logica, in correlazione con i cambiamenti in atto, che il target group non è in grado di spiegarsi.
Assistiamo quindi alla creazione di una correlazione diretta tra il fatto (la crisi) e il cambiamento (l’Unione Europea, nelle sue varie componenti: qui soprattutto l’unione monetaria, ma spesso attaccano anche quella politica).
In questo modo il target group, se non è adeguatamente informato, non riesce a interpretare il cambiamento in atto, lo associa e lo lega al fatto, e soprattutto alla sua percezione negativa (Euro=crisi… è dai bei tempi di Berlusconi che lo fanno, sti cialtroni).

Gli stereotipi del target group

Per veicolare l’associazione arbitraria tra cambiamenti in atto e percezione dei fatti reali, in questa vignetta si usa lo stereotipo puro e semplice del “giovane“, che da un lato è “problema da risolvere” (ingrato, insulta, va mantenuto), dall’altro è infantilizzato, stupido, bamboccione (ritratto più piccolo, con la faccia da ragazzino, gli occhialetti da scemo).
La condizione di ritardo dei giovani Italiani nell’autonomia economica, che anch’essa andrebbe studiata e analizzata nelle sue case e conseguenze, viene sfruttata solo nella sua “percezione” più immediata: io guadagno più di te quindi sono (almeno) meglio te.

Il target group

A questo punto ci sembra chiaro a chi si rivolge questa vignetta. Proviamo a buttare giù un profilo:
Uomo, autoctono, pelle chiara;
Over 50;
Figli a carico, in condizione di ritardo o disagio economico;
Scarse conoscenze in Economia, Politica, Relazioni Internazionali;
Stressato, preoccupato, scoraggiato (notate l’espressione affranta, la sigaretta all’angolo della bocca).
Riusciamo a quantificare un target group di questo tipo?
A occhio e croce parliamo di MILIONI di persone.
[e se si riesce a convincerne anche solo un 10%… bingo!]

Il capro espiatorio

LO STRANIERO CATTIVO a.k.a l’Europa malvagia!
Lo stereotipo più vecchio del mondo.
LO STRANIERO. LO SCONOSCIUTO. QUELLO CHE VIENE DA FUORI. LA MERKEL. JUNKER L’UBRIACONE. VENGONO A COMANDARE A CASA NOSTRA.


Qui vi proponiamo un bell’esempio, ancor più esplicativo, di variazione sul tema.
C’è tutto: complottismo sui vaccini, razzismo, vittimismo…
Nel contesto dei discorsi d’odio il “cattivone”, gira e rigira viene sempre da fuori. Sempre l’altro.
Sempre straniero.
Perché l’autoctono (l’Italiano) è il gruppo target a cui devono vendere.

Il messaggio intriso d’odio

L’Euro ci ha condannati alla povertà.

A livello meramente logico, ci sono almeno un paio cose che non vanno in questo messaggio:
1) Se dopo l’Euro siamo diventati poveri… come fa quel grand’uomo con la cravatta, che grazie alla lira faceva soldoni a palate, a mantenere il suo figlio imbelle?
2) Visto che il grande successo del padre (supponiamo negli anni 80) è stato merito della lira… per quale motivo se ne prende i meriti?
Insomma bisognerebbe approfondire… di chi è merito? Della lira o del fatto che gli Over 50 erano dei grand’uomini?
Scherzi a parte, qui non c’è un bel nulla da approfondire perché, com’è evidente, non c’è nulla di logico.
Si gioca beceramente e cinicamente sugli stati d’animo delle persone (in questo caso gli Over 50 in difficoltà economiche, con figli di venti-trent’anni a carico che non riescono ad essere autonomi), per vendergli… che cosa?

Cosa vogliono vendere

Di solito, un Partito politico. Strano, vero?
Andate solo a vedervi la data in cui è stato pubblicato il post: 26 Maggio 2019, giorno delle elezioni europee.

In cambio del tuo voto indignato, i paladini del discorso d’odio andranno (a Roma, a Bruxelles, a Cernusco sul Naviglio, dove cazzo vuoi tu) a risolvere tutti i problemi.
A sconfiggere tutti i cattivoni.
Cattivoni STRANIERI. O ROM. Meglio comunque se ben riconoscibili.
Comunque cattivoni che non sono come noi, ecco.


Guarda come mi ingozzo di Nutella! Io sì che sono come te!

Cosa vogliono venderti con i discorsi d’odio? Leggi tutto »

Sempre di domenica

Prima delle elezioni, la situazione intorno all’equità generazionale e al contrasto al discorso d’odio si fa sempre piuttosto “calda”.
I politici, e a questo direi che siamo abituati, quando hanno bisogno di voti iniziano a strillare verso il loro gruppo target. 
Quello che, da qualche anno a questa parte, sta diventando preoccupante per noi di Eutopia, è che tanti, tantissimi, stanno strillando insulti e minacce a capri espiatori di vario tipo, per far contenti i propri potenziali elettori e soddisfare i loro stereotipi e pregiudizi.
Pensate, ad esempio, a quante se ne raccontano su/contro i giovani, alla narrazione costante sui millennials choosy e impreparati al mondo del lavoro. In TV e sui giornali, le testimonianze di “povere Aziende” che cercano lavoratori e non li trovano (perché i giovani non hanno voglia di lavorare) si moltiplicano. Noi sì che ai nostri tempi facevamo la gavetta!
La realtà, secondo noi, è semplicemente un’altra: l’Italia diventa un Paese sempre più vecchio e stanco, senza nessuna forza né intenzione di rendere migliore alcunché. Chi fa marketing politico lo sa e ci spara sopra per raccogliere consensi: guardate quanto sono cattivi questi immigrati, guardate quanto sono imbecilli questi giovani!
Pare che tutto ciò che non va nel presente sia sempre colpa di chi non piace al loro elettorato anzianotto e razzista, abituato a mangiarsi il futuro e rimasto senza più futuro da mangiare.
Ma noi resisteremo anche a quest’ondata di hate speech e di consapevoli bugie sull’Unione Europea, come anche sui giovani, sulle loro condizioni di vita e di lavoro.
E ci toccherà resistere anche a chi urla al Fascismo e alla violazione delle regole democratiche solo quando gli conviene, per guadagnare i voti impauriti di chi abbraccia i valori della convivenza civile e della solidarietà.
Siamo consapevoli che, dopo il 26 Maggio, i politici andranno ad afferrare le loro poltrone, e di tutti gli strilli che hanno affollato queste settimane non rimarrà che l’eco, pericolosa e subdola, di idee sempre più retrograde, e tecniche di marketing sempre più avanzate.
Noi, nel nostro piccolo, saremo ancora impegnati a cercare di smascherare quelle idee per ciò che sono (stereotipi e pregiudizi) e tentare di decodificare le subdole tecniche che le diffondono.

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Le Marche plurali e accoglienti

Manifestazione antirazzista ad Ancona, 6 Aprile 2019

Come forse saprete se ci seguite un minimo sui social, abbiamo aderito
anche noi, insieme ad un’altra novantina circa di Associazioni, all’Appello di Università per la Pace:

La locandina

E quindi, Sabato 6 Aprile eravamo al corteo, che partiva dal “Passetto” di Ancona:

Ci è sembrato giusto contribuire a questo segnale di rifiuto del discorso politico attualmente dominante, in cui abbiamo accompagnato circa altre 2.000 anime stanche come noi, seppur con varie sensibilità, di sentir ciarlare in continuazione e a sproposito di “clandestini“, di “porti chiusi” e di tanto altro…

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Call for applicants: scambio di buone pratiche a Alba Iulia, Romania

Nell’ambito del nostro Progetto Europeo VIP (Violence, Important Problem) cerchiamo persone interessatie a partecipare a una mobilità ad Alba Iulia (Romania), per uno Scambio di buone pratiche sulla violenza di genere.

Lo scambio si svolgerà dal 26 al 31 Maggio 2019.

Regole d’ingaggio:

  • Esperienza o interesse sul tema della violenza di genere;
  • Nessun limite di età (il progetto riguarda l’educazione degli adulti);
  • Spese di trasporto, vitto e alloggio pagate da EUTOPIA;
  • Buon livello d’inglese, necessario a preparare le brevi presentazioni da discutere con i Partner Internazionali durante la mobilità.

POTETE CANDIDARVI QUI.

Per informazioni scriveteci a: info@associazioneeutopia.org

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Seconda Newsletter VIP

Giunti al secondo anno di VIP, abbiamo pubblicato la nostra Seconda Newsletter con le attività di progetto, dedicate allo scambio di buone pratiche sulla violenza e, in particolare, sull’hate speech.

La potete scaricare qui.

A breve apriremo una Call per l’ultima mobilità del Progetto, che si svolgerà ad Alba Iulia, in Romania, a Maggio 2019.

Buon scaricamento!

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Monitoraggio Codice di Condotta sull’hate speech online: cosa c’è di buono

È stato pubblicato oggi il Report sul monitoraggio del CODICE DI CONDOTTA PER LOTTARE CONTRO LE FORME ILLEGALI DI INCITAMENTO ALL’ODIO ONLINE”, promulgato dalla Commissione Europea nel 2016 e sottoscritto, tra gli altri, dai 4 “big” della comunicazione online: Facebook, Youtube, Instagram e Twitter.

Il Codice di Condotta attualmente prevede una serie di pratiche, mirate alla pronta revisione e cancellazione di contenuti incitanti all’odio all’interno delle piattaforme, sulla base delle segnalazioni degli utenti della community.

QUALCHE NUMERO

I risultati, stando al Report, sembrano incoraggianti: nell’88,9% dei casi, le Aziende Informatiche coinvolte hanno esaminato i contenuti segnalati per hate speech entro le 24 ore previste dal Codice. Facebook riporta addirittura un tasso del 92,6%.

Più basso il tasso di rimozione dei contenuti che, in questa fase di monitoraggio del Codice, sono stati segnalati da 39 Organizzazioni di 26 Paesi dell’EU (tutti eccetto Lussemburgo e Danimarca). Le Aziende hanno eliminato i contenuti nel 71,7% dei casi segnalati. Nel quarto trimestre del 2018, si registra un forte aumento della pulizia da parte di Facebook (82.4%) e di YouTube (85,4%), mentre Twitter, notoriamente il più “tollerante” dei Social, rimuove soltanto il 43,5% dei contenuti segnalati.

Tra i contenuti più segnalati a livello Europeo, non ci sorprende vedere la xenofobia al primo posto, con l’orientamento sessuale ottimo secondo e l’islamofobia sul gradino più basso del podio.

Al riguardo, ci pare, nulla di nuovo sotto il sole.

 

PERCHE’ CI PIACE

TEMPISMO C’è di buono che, adeguatamente “stimolate” dalla Commissione Europea (più col bastone che con la carota, in verità), le piattaforme social sembrano in grado di garantire quantomeno risposte tempestive alle sollecitazioni della community riguardanti il discorso d’odio.

METODOLOGIA Vi è, alla base del Codice e del suo monitoraggio, una metodologia condivisa tra le Organizzazioni che si occupano della segnalazione dei contenuti, che pone le basi per ulteriori azioni di rete.

PERCHE’ SERVE A POCO

SORVEGLIARE E PUNIRE A conti fatti, si tratta di applicare il modello del panopticon al discorso d’odio, con la fragilità che ne consegue. Se, poniamo, da domani tutti (o la stragrande maggioranza) fossimo d’accordo che un determinato gruppo etnico non ha diritto ad esistere… nessuno segnalerebbe più alcun commento che incita alla sua eliminazione.

PUNIRE SOLO IL SEMPLICIOTTO Questa strategia di contrasto al discorso d’odio si rivela, oltre che fragile, del tutto inadatta a limitare il fenomeno del discorso d’odio che si istituzionalizza, cioè del razzismo, del sessismo, della xenofobia che entrano nel palazzo del potere e da lì iniziano a emanare editti. Questo sistema punisce il sempliciotto che scrive che vuole ammazzare tutti i ne**i, ma non, facciamo un’ipotesi, un eventuale Ministro dell’Interno che pubblichi sui social continui slogan sul “difendere i confini Italiani” dai “clandestini che delinquono”.

La differenza? Le parole del sempliciotto, per quanto vomitevoli e violente, non uccidono nessuno. Quelle dell’eventuale Ministro dell’Interno… sì.

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