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Togliere diritti agli anziani non aggiunge diritti ai giovani

Leggiamo qui un post dal blog di Beppe Grillo che affronta una tematica che, come sapete, ci sta molto a cuore: la disuguaglianza generazionale.

Il mondo è sempre più anziano, esordisce Grillo (in realtà ad essere in declino demografico non è il mondo intero, ma l’Occidente, e l’Italia in modo particolare, ma ok).
Gli anziani, si sa (lo dice la scienza) sono egoisti, pensano solo ai propri interessi, e quando votano fanno disastri (avete visto la Brexit fortemente voluta e propagandata con notizie false dal nostro grande amico Farage? Ecco, colpa dei vecchi egoisti).

Abbassare l’età del voto a 16 anni, come si sta attualmente proponendo seguendo alla lettera una profezia del Vate datata non a caso 2016, non sembra abbastanza per evitare i disastri dei vecchi egoisti.
Si passa al dunque:

Una proposta, già ampiamente discussa dal filosofo ed economista belga, Philippe Van Parijs – nonché tra i più grandi sostenitori del reddito universale – potrebbe essere quella di privare il diritto di voto agli anziani, ovvero eliminare il diritto di voto ad una certa età (oppure dare ai genitori voti per procura per ciascuno dei loro figli a carico).
E’ questa la teoria per una democrazia più efficace quale garanzia di giustizia sociale del professor Van Parijs, in un articolo della rivista accademica Philosophy and Public Affairs, che ai più potrà sembrare drastica, ingiusta e insensata.

Wow. Pare dunque ci sia un Professore che pubblica articoli dall’alto valore scientifico, e in cui sostiene che il modo più efficace per garantire la giustizia intergenerazionale in democrazia sia privare gli anziani del diritto di voto!
Tutto ciò è tanto scioccante quanto falso.

Citiamo letteralmente il paper che Grillo linka al suo articolo:

Disfranchising the elderly, it thus turns out, is only one, and not exactly the most promising, of at least seven different ways in which one can imagine altering the balance of electoral power between the various age categories [1].

Eliminare i diritti civili degli anziani, come si vede, è soltanto uno, e non proprio il più promettente, di almeno sette differenti modi in cui possiamo immaginare di alterare l’equilibrio elettorale tra le varie categorie d’età.

Quello che Grillo propone nel suo articolo non ci sembra assolutamente in linea con quanto scrive il Prof. Van Parijs nel suo paper.
Non c’è niente di assurdo, ingiusto o insensato in quanto costui scrive: il paper passa in rassegna tutta la letteratura di proposte di “ingegneria istituzionale” volte a riequilibrare il rapporto tra votanti giovani e anziani, elencando e analizzando una serie di possibili misure ed esaminandone lati positivi, criticità, implicazioni sociali e morali.

Non solo: il paper di Van Parijs prende le mosse e critica, a volte con ironia, proprio un articolo degli anni ’70 di un Professore Universitario che sosteneva, lui sì in maniera piuttosto trenchant, la necessità di privare gli anziani del diritto di voto [2].

Grillo insomma fa del palese “cherry picking” da un paper scientifico (tra l’altro pubblicato nel 1998) che non suggerisce in alcun modo che privare gli anziani dei diritti politici sia l’unico modo, né il più efficace, di ottenere equità generazionale.

Ora: se, come sostiene un leitmotif piuttosto in voga, il fascino e il pericolo maggiori dei populisti stanno nel loro “offrire agli elettori risposte semplici a problemi complessi“, è evidente che dovremmo archiviare questo post nella categoria “populismo“.

Anche prendendo il messaggio per quello che è (non il tentativo di innescare un dibattito serio sull’argomento, ma una sparata volta a far starnazzare le anatre), ci pare comunque necessario aggiungere un paio di cose.


1. I diritti non sono un insieme finito

La prima obiezione che muoviamo è di natura, per così dire, logico-matematica: i diritti non sono un insieme finito, non ce n’è scarsità.
Non è mai (mai, mai, mai!) successo che per garantire diritti a chi non li aveva essi siano stati sottratti a chi li possedeva.

La fallacia logica che sottende le affermazioni di Grillo è molto chiara, e pericolosa: per dar voce ai giovani bisogna toglierla agli anziani. Una falsa dicotomia.

Lo stesso paper che viene citato per dare una parvenza di “scientificità” a quest’artificio retorico, come abbiamo visto, non stabilisce in alcun modo che l’unico modo per avere equità generazionale sia colpire gli anziani nei loro diritti. Leggere per credere.

Ma perché Grillo usa questa falsa dicotomia? E perché ha fatto tanto clamore?

Perché è esattamente quello che una parte della generazione insostenibile vuole: sentirsi dire che i giovani vogliono fargli la pelle, ammazzarli, accantonarli. Così da poter continuare a giustificare i propri comportamenti insostenibili e i propri privilegi come “autodifesa”.

Perché è esattamente quello che una parte delle nuove generazioni vuole: sentirsi dire che la loro mancanza di autonomia e di reddito è tutta colpa di mamma e papà, al limite di nonno e nonna. Così da scaricare tutte le responsabilità su qualcun altro e non dover provare nulla a sé stessi.


2. Questo modo di comunicare ci spaventa

La falsa dicotomia è uno degli strumenti retorici più utilizzati da chi vuole polarizzare il discorso. Un esempio facile facile di hate speech ce lo chiarisce meglio:

Questa particolare falsa dicotomia presuppone che negli “alberghi” dovrebbero esserci gli uni e non gli altri, senza che vi sia alcuna correlazione tra le due situazioni. Il sottinteso è che bisogna “eliminare” gli stranieri, se si vuole aiutare gli Italiani vittima del terremoto.
Una retorica disgustosa che sta funzionando piuttosto bene.

Allo stesso modo, il post di Grillo parte da dati, situazioni, problemi dolorosamente reali, per giungere a categorizzare un colpevole-bersaglio (“gli anziani irresponsabili“) rimuovendo il quale, si rimuoverebbe magicamente il problema, e giustapponendo una categoria di vittime, i “giovani” (meglio se appassionati dei video di Cicciogamer).

Ci viene dunque il sospetto che, visti gli strumenti retorici che si stanno mettendo in campo, si voglia applicare lo stesso metodo di acquisizione del consenso ad un nuovo target, i giovani, polarizzando il discorso intorno ad un problema che è reale, fin troppo reale: le disuguaglianze generazionali.


3. I privilegi, quelli sì sono un insieme finito

I privilegi sono, al contrario dei diritti, un insieme finito: se sono garantiti a un segmento di popolazione, devono essere negati a tutti gli altri, che glieli devono pagare.

Un’intera generazione di lavoratori e di imprenditori Italiani, ad esempio, è tuttora dotata di numerosi privilegi d’ogni tipo che ne sussidiano l’inefficienza, l’insostenibilità, l’inadeguatezza ai tempi.

Sarebbe secondo noi non solo possibile, ma equo rimuovere parte di questi privilegi, accumulati dagli anni ’70 ai giorni nostri da una parte della popolazione Italiana, curiosamente proprio quella che ha beneficiato di anni di politiche pubbliche fatte di prebende e sussidi finanziati in deficit.

Il problema non è l’età: il problema è, come direbbe Trilussa, che ieri uno si è mangiato due polli, un altro zero polli, ma oggi l’Oste ha presentato a entrambi il conto per un pollo a testa.

Comprendiamo certamente (come lo comprende anche il Prof. Van Parijs nel suo paper) che i privilegiati in Italia, proprio per ragioni demografiche, sono moltissimi, e votano in massa per mantenere i propri privilegi.

Tuttavia, crediamo che, da parte di un politico, abrogare quell’abominio denominato “quota cento”, per dirne una, sarebbe un segnale molto più concreto dell’intenzione di voler ristabilire un minimo di equità generazionale, piuttosto che stuzzicare con la retorica i problemi delle persone (giovani o vecchie che siano) per rastrellare qualche voto ad un partito in caduta libera nei sondaggi.


[1] Philippe Van Parijs, “The Disfranchisement of the Elderly, and Other Attempts to Secure Intergenerational Justice” in Philosophy and Public Affairs, Vol. 27, No. 4 (Autumn, 1998), p. 308.

[2] Douglas J. Stewart, “Disfranchise the Old,” in New Reputblic 29, No. 8 (1970), pp. 20-22.

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