Obiettivi e policy

RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE GENERAZIONALI

I GIOVANI NON SONO CARNE DA MACELLO

Il SDG n. 10 dell’Agenda 2030 promulgata dall’ONU nel 2016, vede come Target 10.2:

Entro il 2030, potenziare e promuovere l’inclusione sociale, economica e politica di tutti, a prescindere da età, sesso, disabilità, razza, etnia, origine, religione, status economico o altro.

Di conseguenza, anche il Rapporto presentato dall’ASviS raccomandava, alla fine del 2016, “la riduzione concreta del divario generazionale”.

Con tali presupposti sono stati recentemente messi a punto alcuni studi-pilota sulla misurazione dell’attuale divario generazionale, il c.d. “Generational Divide Index”, messo a punto in Italia per la prima volta dai ricercatori dell’associazione ClubdiLatina nel 2014 e ripreso dalla Fondazione Bruno Visentini nel 2015, 2017 e 2018. L’approccio utilizzato dai Ricercatori è stato quello di definire alcuni domini “sensibili” al divario generazionale e riconnettervi i principali indicatori.

Questo modello costituisce il primo tentativo di rappresentazione del problema e di misurazione della sua intensità, basato e orientato sull’Agenda 2030 e i suoi obiettivi.

All’interno del GDI, i fattori ritenuti direttamente incidenti sulla condizione giovanile sono: disoccupazione; questione abitativa; reddito e ricchezza; accesso alle pensioni; educazione; salute; accesso al credito; infrastrutture digitali e mobilità territoriale; mutamenti climatici. I fattori che incidono indirettamente sono, invece, il debito pubblico, la partecipazione democratica e la legalità.

Noi riteniamo che ridurre le disuguaglianze generazionali (economiche e non), dando dignità e valore alla vita e alle carriere dei giovani, specialmente in questo paese morente, in inarrestabile declino, che chiamiamo Italia, dovrebbe essere la priorità assoluta di ogni politica pubblica. Così, ci pare, ancora non è.

 

CONTRASTARE L’HATE SPEECH

LE PAROLE HANNO UN PESO

Ripetiamo, stavolta in grassetto: Il SDG n. 10 dell’Agenda 2030 promulgata dall’ONU nel 2016, vede come Target 10.2:

Entro il 2030, potenziare e promuovere l’inclusione sociale, economica e politica di tutti, a prescindere da età, sesso, disabilità, razza, etnia, origine, religione, status economico o altro.

Nel 2013, il Consiglio d’Europa ha lanciato la Campagna No hate speech movement, con l’obiettivo di contrastare il dilagare del discorso d’odio a livello Europeo.

Nel frattempo, l’hate speech, che negli ultimi mesi vediamo offrire i suoi frutti avvelenati fin dai rami più alti delle Istituzioni Italiane, è diventato un fenomeno assai preoccupante, piantando radici profonde. In Europa (Polonia, Austria, Ungheria), come nel resto del Mondo (USA su tutti), la violenza verbale sulle minoranze, sui più vulnerabili, e sul diverso in generale (lo straniero, il migrante) è divenuto da tempo lo strumento principe di costruzione del consenso politico.

Questo è accaduto anche in Italia, nel corso del 2018, e a essere onesti, la questione è molto più semplice (e fa molto più orrore) di come viene presentata, ad esempio, dai giornali: non è una scelta fra libertà di espressione e “politically correct”; non è una questione di dignità istituzionale; e nemmeno una scelta tra “accoglienza sconsiderata” e “chiusura dei porti”, come i più maliziosi tendono a presentarla, per polarizzare il discorso pubblico.

Storicamente, i discorsi d’odio creano politiche d’odio; le politiche d’odio alimentano azioni violente e contribuiscono all’emarginazione dei gruppi sociali più vulnerabili; le azioni violente conducono a regimi autoritari basati sulla xenofobia e sul razzismo. E questo è quello che sta accadendo.

PROMUOVERE LA MOBILITA’ EUROPEA… CON CAUTELA

BIGLIETTI DI ANDATA E RITORNO

La mobilità, le tantissime opportunità offerte dalla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea, è un indiscutibile vantaggio che le nuove generazioni, l’Italia fra tutte, hanno ricevuto in eredità. Le indagini di opinione EUROBAROMETER, anno dopo anno, stanno lì a ricordarcelo: tutti amano la mobilità, quanto ci piace la mobilità.

Sia per il programma Erasmus, sia per gli scambi giovanili, i training e i tirocini finanziati da ERASMUS+, sia per le opportunità di lavoro che offre poter scegliere fra 28 Mercati del lavoro anziché uno, la mobilità Europea è sicuramente uno strumento che consente ai giovani di oggi, gli adulti di domani, di acquisire quell’apertura mentale, quel mindset, fatto di skills ed esperienze, di sentimenti e passioni comuni, che davvero faranno l’Unione Europea… domani.

Tuttavia, riteniamo che questo strumento vada utilizzato con le dovute precauzioni. La Cittadinanza Europea, con le opportunità che offre, non può e non deve essere una valvola di sfogo per evitare che l’enorme divario generazionale Italiano esploda.

Le competenze, le esperienze, le buone pratiche imparate in giro per l’Europa da tanti ragazzi (noi compresi),  possono essere nel lungo periodo un fattore, per cambiare questo Paese e renderlo migliore: più inclusivo, più innovativo, più resiliente.

L’Italia ne ha tanto, tantissimo bisogno: per questo fa così tanta resistenza ai giovani.

Eppure, se tutte queste belle esperienze e competenze continueranno a rimanere fuori (ad esempio in un Ristorante di Londra a lavare i piatti, o in una Scuola francese, o in un’Università polacca), la mobilità Europea avrà fallito il suo scopo principale: formare Cittadini Europei.

FORMARE E SENSIBILIZZARE ALLA PROGETTAZIONE EUROPEA

IN EUROPA I SOLDI NON CRESCONO SUGLI ALBERI

I Programmi di finanziamento Europei garantiscono un livello di trasparenza e meritocrazia, nella selezione e nella gestione dei progetti, che non si riscontra, a livello locale, regionale o nazionale, nel Bel Paese.

Presentare proposte di finanziamento su questi programmi (HORIZON2020, ERASMUS+, LIFE, etc.), riteniamo, sia un ottimo investimento, sul presente e sul futuro, per le Aziende, gli Enti Pubblici e gli Enti del Terzo Settore che vivono di obiettivi, di qualità, di sostenibilità… e non di clientelismo, amicizie, agganci politici, parassitismo.

A cascata, riteniamo che per i giovani sia importante acquisire questi strumenti… senza pensare che l’Europrogettazione sia un lavoro in sé e per sé, ma un set di skills che bene, benissimo si accompagna a molti ambiti.

Non diciamo sia impossibile, ma sicuramente è molto, molto raro che un progetto finanziato da un Programma Europeo sia stato scelto per dar da mangiare a qualcuno. I valutatori dei Programmi Europei non ascoltano le lamentele dei vari “si è sempre fatto così“, “tengo famiglia“, “capisc’a mme” Italici.